Cosa mi è successo?

Un minuto di silenzio per la ragazza che un anno fa correva saltellando per Portland Street.
(Se sapessi come andrà a finire, sapresti anche che non c’è niente per cui saltellare)

E un minuto di silenzio per la ragazza che oggi non salterebbe di gioia nemmeno se le dicessero di aver vinto 1 milione di sterline alla lotteria, una casa in Sardegna e viaggi illimitati con British Airways.

Tra quella che ero e quella che sono diventata, in questi 365 giorni, cosa mi è successo?

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Sei arrivato a destinazione?

Condividiamo il letto e la nostra intimità con qualcuno che un giorno incroceremo per strada e fingeremo di non conoscere. Come se non fosse mai successo.
Il tocco rapido di una biglia sulla levetta di un flipper anni ’80.
Cosa resta di quella vita che ci ha toccato, dove ci ha spinto, ci ha fatto cambiare direzione?
Facciamo finta di non conoscerci e in fondo cosa conosciamo delle persone che siamo diventate, cosa ne sappiamo dei colpi che abbiamo preso, dei rimbalzi e degli ostacoli.
Su e giù senza una direzione.
Come una biglia in un flipper anni ’80.
Chi sei tu ora? Chi sono io?
Hai vinto, hai perso? Sei arrivato a destinazione?

Di fronte a me.

Ti ho sognato. Ancora.

Era stato un sogno difficile quello di sabato notte, ma quello di ieri ancora di più.

E non è tanto il fatto che io ti sogni ancora, così all’improvviso, che mi sconcerta. È la nitidezza dei vostri volti, la precisione nei particolari, i dettagli che il mio subconscio usa per potermi colpire.

Non credevo di provare così tanto dolore in un sogno. Piangevo, mi è parso, nel tempo del sogno, di piangere per una giornata intera. Mi faceva male il cuore.

Io lo spero, come mi hanno detto, che è un percorso di catarsi. Che faccia parte del lasciarti andare. Dell’accettare. Di un lavoro lungo più di due anni. Non lo so.

So che è stato doloroso ma bellissimo.

Bellissimo perché era davvero come averti di fronte a me.

Sempre.

É andata più o meno così.

Riunione. Una telefonata per il capo. Mentre lui si alza e ci chiede scusa, il mio collega mi guarda e fa “partitina?”. Siamo un’agenzia di marketing, abbiamo un biliardino in ufficio e giochiamo a calcio balilla a ogni tempo morto. Io però non sono mai stata un fenomeno e l’ultima volta che ho giocato ero all’oratorio (bugia, ero a museo del football con te e mi hai stracciato anche tu).

Insomma, voglio giocare ma metto le mani avanti e invece dire “non so giocare” dico qualcosa che inglese suona proprio così “sono una m••da a quello”.
Il mio capo, che era già uscito dalla sala riunioni ma deve aver sentito la mia esclamazione, torna indietro deciso, mi guarda, mi punta un dito contro e mi dice “no, non sei una m••da, sei brava”. E va via.

Ora. Potrebbe avermelo detto perché voleva incitarmi a battere il mio collega (c’è una continua lotta tra chi sia il migliore in ufficio).

Però voglio pensare che non si riferisse al gioco. Che abbia trovato una scusa per dirmi che sono brava. Che non dovrei dire di me una cosa del genere. Che si sia ricordato, in quella frazione di secondo mentre usciva dalla stanza, che ho ero depressa, che ho appena ricominciato a vivere, che sono da poco tornata (quasi) me stessa.

Non lo so cosa intendeva. Ma ora, ogni volta che penso di essere una me**da, penso al mio capo, 5 anni più giovane di me, che mi guarda dritto negli occhi, mi punta il dito contro e mi dice che sono brava.

E lo ringrazierò per questo. Sempre.

Tutto qui.

“How was your weekend?”
“Not really good, unfortunately”
“Why? What happened?”
“I had a bad day yesterday. A very bad day…”
“Like a suicidal-thoughts day?”

Ci sono cose che non si dicono. Per pudore. Per vergogna. Perché mica tutti capirebbero.

Ma c’è anche chi capisce e basta.

Senza che tu dica niente. Perché sa.

Perché è passato proprio di lì e sa.

Come in un viaggio. Se non hai percorso quelle strade, non sai. Non sai che all’incrocio tra la notte e il giorno, c’è un piccolo fosso e se non stai attento ci puoi cadere dentro. Se non sei partito per quel viaggio, non lo sai. Se hai camminato per altre vie, non lo sai.

Non ci sei stato e non puoi saperlo.

Tutto qui.

Devo salvarmi da sola.

Quanti aeroporti, quante stazioni, quante spiagge ho toccato da quando viaggio da sola? Quanti? Nemmeno sapevo di poterlo fare.

Credo di voler tornare sulla spiaggia di Quarteira. Una parte di me vuole solo ripercorrere quei luoghi bellissimi. Un’altra parte di me vuole scoprire se riuscirò ad innamorarmi di quei posti di nuovo. Se eri tu che li rendevi stupendi o se sono stupendi e basta. Per separare i ricordi dal dolore. O crearne nuovi, di ricordi.

O semplicemente per sfidare le onde di quel mare senza il tuo braccio che mi riporta a galla mentre annaspo nella risacca.

Non è questo, in fondo, che voglio dimostrare a me stessa? Che posso salvarmi da sola.

Che devo salvarmi da sola.

Sì, dev’esser così.

Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque!

Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!

Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti.
Se siamo atei, siamo atei convinti.
Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti.
Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile.
Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.
Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più.

Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo.

Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui.
Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi!
Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone.

Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro.

Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così.

Oriana Fallaci

[Il sole muore, 1965 Rizzoli]