Abbi tanta pazienza.

30 gennaio.
Non so come sia successo che dal 30 gennaio ho abbandonato questo piccolo spazio. Eppure, di cose ne sono successe tante.

Non in ordine e giusto perché mi piacciono le liste:

Ho preso un aereo per l’Australia.
Ho ricevuto – o lottato per – una promozione.
Ho compiuto 31 anni.
Ho montato diversi mobili Ikea (fino a quasi slogarmi il polso).
Ho visitato Valencia.
Ho passato un fantastico weekend con mio fratello.
Sono caduta dalla bicicletta.
Ho avuto 5 colloqui di lavoro.
Sono andata al concerto del mio cantante preferito a Londra.
Ho pianto la morte del mio cane, il mio migliore amico per 17 anni.

Ti ho lasciato andare,
per sempre.

E forse per questo ho abbandonato questo spazio, che era un piccolo diario di bordo del mio personale purgatorio.

Mi dissero che saresti andato via dalla mia mente all’improvviso, come qualcuno che esce di soppiatto da una stanza. Ti distrai un secondo e lui se n’è andato, è uscito dalla stanza. Non è più lì.
Dio, ho aspettato quel momento così a lungo che mi ero convinta non sarebbe mai successo. Mai. In fondo, mi ci ero accomodata in quel purgatorio in cui scontavo la pena di averti perso, di averti mandato via.

Un giorno mi sono svegliata, invece, e tu eri ancora nella stanza. Ma non ti volevo più. Tu non sei uscito, ma qualcuno ha spento l’interruttore della mia ossessione. E’ stato così, che col sorriso, ci sono uscita io da quella maledetta stanza.

3 anni, 5 mesi, una ventina di giorni. Sarò per sempre grata al tempo. Che, alla fine, è davvero l’unica cosa che ci cura fino in fondo. La pazienza, quella non l’ho mai avuta. Ho sempre avuto fretta ma questa volta ho dovuto imparare ad avere pazienza, è la malattia che me l’ha chiesto.

Abbi pazienza, solo così guarirai.

Abbi pazienza.

Abbi tanta pazienza.

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Amen.

Ho pianto leggendo questo amore tormentato, questo ricordo che diventa ossessione, questa vita che non è altro che fuga. Fuga da se stessi, da ciò che hai amato, da ciò che non hai potuto avere. O forse più rincorsa. Comunque, quello che c’è di più vicino alla dannazione. “A due passi dall’inferno, uno dal paradiso”.
Parole che sono schiaffi in faccia. E carezze.

Sono 3 anni domani. 3 fottutissimi anni che diventeranno 30. Oppure 300. Ormai non fa differenza.

“La tua memoria basta da sola, per entrambi. Non hai più paura di perderlo. Sei riuscito nella rinuncia. Lui si è spostato nel regno della rappresentazione. Puoi adorarlo e carezzarlo quando vuoi. Sai che attraversa la sua vita. E il solo fatto che abitate lo stesso pianeta nello stesso spazio temporale, è già un sollievo”.

Amen.

The teacher and the books.

I remember us sitting in the park, I remember you crying your heart out minutes before you’d leave.
I remember hugging you and saying goodbye, I remember you getting on the taxi and me continuing working.
I remember ending up in your bedroom to check the cleaners had done it and I remember seeing your red towel and smelling your perfume all along.
I remember finishing my shift, going home and meeting Louise and Ida playing hockey table in reception. I remember crying my heart out, I remember Louise coming to hug me and say “you’ll see him again, you’re good friends”.
I remember sending you voice messages on my way to work “oh a squirrel”, I remember you calling me from times to time. I remember me practising sentences in your language: no, I never learned the one about teacher and books. I remember your accent and your laugh. I will always remember your laugh.
I remember Skyping you to help me install a hard drive on my pc, I remember you telling me to come and visit you. I remember you jokingly telling me to come and move with you. I remember me asking “can I do it? Can I visit him? Will I hurt someone?”. I remember me seriously thinking if I could ever move with you “I don’t do such crazy things. Can we be flat mates? I don’t even speak the language”.
I remember you asking me to come and visit me and I remember me saying “I cannot wait to introduce you my friends and my love”. I remember you disappearing for months.
I remember you Skyping me on my birthday with a glass of wine and a nice shirt worn for the occasion. I remember me telling you I broke up with my boyfriend. I remember you saying you found a girlfriend.
I remember you coming for a visit and me feeling awkward with you two holding hands.
I remember you staying in touch despite all my cold texts, I remember you caring and looking after me from far away along these 4 years.
I asked myself what I felt for you so many times that I never found the answer and got angry with the question. I thought I lost opportunities and everything I ever loved with my bad choices. Then I remembered you’ve been there anyway.
I master the art of remembering but I’m still not too good at keeping the memories and let sorrow go.
I think that’s what you taught me.
I remember you as a fragile, sensitive and loving guy. I see you now as a strong, fulfilled and happy man.
I can be that. I can be happy too.
That’s what you taught me too.
And no, I still haven’t learnt the sentence about the teacher and the books.

Non te lo puoi nemmeno immaginare.

“Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No.
Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. È lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.

Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatto tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare”

A.B.

Vivere senza.

Ho messo via il mio cuore in una scatola a fiori con la scritta “buon compleanno amore mio”. Ci sono stralci delle canzoni del mio cantante preferito incollate su ogni lato.

È seppellito tra vecchie foto, biglietti di concerti, mappe turistiche e auguri di buon compleanno. C’è anche un piccolo biglietto sgualcito che dice “ti amo mia”, la ricevuta di un bonifico, una conchiglia enorme che raccolsi su una spiaggia del Portogallo, un’altra che mi fu regalata dalla Sardegna, un sacchettino di sughero, un sasso ricordo di una gita ad Arenzano con 4 nomi scritti a pennarello, portachiavi, bracciali, una fialetta che custodisce il dna di qualcuno che ho amato.

Ogni tanto torno dove ho lasciato la scatola, la apro, controllo che il mio cuore sia ancora lì.

Come se potessi spostarlo.

E non ho ancora capito se ha fatto più male strapparselo dal petto o imparare a vivere senza.

 

 

 

Non sapere cosa sia l’amore

“Meglio aver amato e perso che non aver amato affatto”.
Ricordo che lessi questa frase per la prima volta in un bacio perugina. E ricordo che, adolescente desiderosa di sperimentare l’amore, capire cosa fosse, dove si nascondesse la magia, avrei scambiato volentieri qualche pena di cuore pur di riuscire a provare amore.

“Meglio aver amato e perso che non aver amato affatto”.
Mi torna in mente in questi giorni questa frase, quando mi commuovo in una canzone, quando un ricordo mi fa sorridere di malinconia, quando un profilo, un movimento, un’ombra mi fanno venire un tuffo al cuore. Quando guardo una coppia tenersi per mano o scambiarsi un bacio alla fermata dell’autobus, mi torna in mente mentre attraverso questa mia città e mentre viaggio e vedo qualcosa che potrebbe piacerti.
Mi torna in mente e mi chiedo se davvero non fosse stato meglio non sapere, non capire lo struggimento di una canzone d’amore, di un film a lieto fine. Io che mi sono sempre commossa nel collezionare il mosaico di immagini che racconta l’amore incondizionato dei genitori (e quindi quello che più mi è mancato), io non sarei forse stata meglio se mai avessi saputo riconoscere e sentir risuonare in me l’amore che lega due sconosciuti, due estranei, due bugiardi innamorati?

Siamo proprio sicuri che è meglio aver amato e perso, che non sapere cosa sia l’amore?

Senza anestesia.

“Tu forse non lo sai e non lo saprai mai quanto ti ho amato e quanto ti amerò.
E inseguirò un amore così per tutta la vita.
Sei diventato la mia nostalgia”.

31 gennaio 2015.

 

Sembra proprio che sapessi bene quello a cui sarei andata incontro.

IL tempo lava ferite che non può guarire
L’amore è senza rete e senza anestesia.